Parole in rete

Porte

Ho ritrovato in un cassetto un mio vecchio racconto, anzi un mio vecchio delirio, poichè non si butta via niente, lo pubblico, consapevole del fatto che il partito dei sostenitori della mia instabilità mentale troverà nuovi adepti.

Una pizza e due birre a chi individuerà tutte le citazioni più o meno nascoste!

Porta

Porte

E’ notte, fa caldo, sto dormendo, all’improvviso sento urlare, mi sveglio di soprassalto spaventato, ma mi tranquillizzo subito, è solo il campanello (strano è da tempo che non leggo DD). Vado ad aprire:

Chi è?

nessuno

Era l’inquilino del piano di sotto, un misero impiegato di banca, quindi un nessuno. Si lamentava che dal mio bagno cadeva acqua nel suo appartamento. Poteva essere, avevo fatto la doccia e onestamente non è mia abitudine asciugare per terra.

Vado a controllare e penso a quanto è bella la mia nuova casa, una villetta nuovissima, mai abitata prima, isolata in collina con vista mare (nelle giornate di sole con il binocolo si vede il manifesto di una compagnia di crociere). Mentre mi dirigo verso il bagno mi viene in mente che è un controsenso il fatto che, abitando in una villetta isolata, ho un vicino al piano di sotto, che sciocco, devo avere proprio sonno, nessuno abita al piano di sotto!

E’ notte, fa caldo, sono sveglio, sto sudando, sarà stato l’urlo, pardon il campanello, e il fatto che nessuno era alla porta, sarebbe stato peggio se non era nessuno, in quel caso ci sarebbe stato qualcuno, o no?

E’ notte, fa caldo, sto facendo la doccia, l’acqua fresca scorre sul mio corpo abbronzato e mi rinfresca, esco, l’acqua ha bagnato il pavimento, non asciugo, tanto al massimo nessuno ha problemi. Ho il corpo ancora imperlato dalla goccioline, quando voltandomi verso lo specchio, che riflette il mio fisico scultoreo, vedo che le goccioline in realtà sono dei piccoli teschi che cercano di divorare il mio corpo.

Terrorizzato scappo nel corridoio della mia nuova casa, è lungo, l’ideale per andarci in triciclo come facevo da piccolo (spero di non incontrare le gemelline), ma ora che sono grande preferirei la jeep. Corro a perdifiato per chilometri nel mio lungo corridoio buio, sono stanco, annaspo e sbatto contro i muri che sotto il peso del mio possente corpo diventano friabili, l’intonaco si sgretola, rivelando che le pareti sono il sarcofago di centinaia di corpi mummificati che mi franano addosso sia da destra che da sinistra, e nel mio terrore sono consolato da questa par condicio. Mi rendo conto che i cadaveri sono di donne, quindi non mi meraviglia il fatto che mi saltino addosso attratte dal mio bellissimo fisico, erano le inquiline che nel corso dei secoli avevano abitato, prima da me, nella mia villetta nuovissima mai abitata prima.

Arrancando arrivo alla fine del corridoio, apro una porta e mi si para davanti una sega elettrica, richiudo subito la porta, anche se non ho mai visto il film nè al cinema nè in TV. Però immediatamente mi ricordo che potrebbe essere la sega elettrica del mio giardiniere eschimese che sta potando le piante. Infatti riaprendo la porta mi ritrovo in giardino, dove il mio giardiniere eschimese sta potando i rami dell’albero che produce come frutti delle teste, i rami cadono per terra e mi rendo conto che sono arti, il giardiniere mi chiede se ho degli occhiali da sole per i girasoli che racchiudono dei visi umani. Fuggo terrorizzato aprendo un’altra porta, del resto è normale che un giardino abbia tante porte.

E’ notte, fa caldo, sono terrorizzato, lo spavento e la corsa mi hanno fatto sudare di nuovo, quindi decido di fare una doccia, però mi rendo conto che non sono in bagno, sono in una stanza con un numero indefinibile di tavoli e questo numero aumenta sempre, sui tavoli sono stesi dei corpi, guardandoli meglio mi rendo conto che sono, ero, io. Il custode venezuelano mi spiega, in perfetto francese, che ogni istante che passa noi moriamo e me lo rispiega in continuazione perchè prima lo ha sempre spiegato ad un me che ora è morto, ma anche lui che me l’ha spiegato ora è morto e chi me lo spiega ora, tra poco sarà morto, ma del resto anch’io lo sarò. Tenendo conto che pur morendo, il nuovo me, conserva sempre i vecchi me, saluto, in perfetto tedesco, il custode venezuelano e apro un’altra porta.

E’ notte, fa caldo, sono in città, c’è un traffico spaventoso, cerco di attraversare ma i semafori mi dicono Attendere prego, Attendere prego e non so se sono nella versione originale o in quella ampliata. Cerco delle strisce pedonali e finalmente le trovo, belle, bianche e nere, attraverso mettendo un piede su una striscia bianca, poi l’altro, poi vado su una striscia nera e cado nell’abisso.

E’ notte, fa caldo, sto dormendo, all’improvviso sento urlare, mi sveglio di soprassalto, spaventato, ma mi tranquillizzo subito, è solo il campanello (strano è da tempo che non leggo DD). Ritorno a dormire, tanto è nessuno.

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26/12/2005
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Belfiore

Si narra di un luogo paradisiaco dove chiunque raggiunge la felicità.
C’era chi credeva di trovarvi ori, gemme e denari, si misero in viaggio ma non trovarono nulla.
C’era chi credeva di trovarvi lussuria e perversione, si misero in viaggio ma non trovarono nulla.
C’era chi credeva di trovarvi ogni sorta di cibo e golosità, si misero in viaggio ma non trovarono nulla.
C’era chi credeva di trovarvi l’amore, si mise in viaggio e trovò un fiore.

Il viandante aveva ormai perso la cognizione del tempo, errava da mesi, anni o semplicemente giorni?
Certo la sua mente non lo aiutava, ma come poteva essere altrimenti? L’ultima cosa che ricordava erano le sue nozze, la sua sposa e il desiderio della prima notte d’amore, ma il destino beffardo e crudele era in agguato.
Ricorda che stava ballando con la sua diletta sposa quando intravide il suo vecchio rivale in amore che accecato dall’odio e dalla gelosia affondò un pugnale nel cuore della sua dolce metà ed ella morì tra le sue braccia lasciando cadere una lacrima che qualcuno raccolse in un’ampolla.

Il viandante non aveva quasi più nulla, neanche i vestiti, ormai consunti dal viaggio, gli rimanevano due cose, l’ampolla e la speranza, speranza data dalle parole del monaco che raccolse la lacrima nell’ampolla:

Se tu riuscirai a portare questa lacrima nel luogo dell’eterna felicità, ritroverai il tuo amore, ma per fare ciò dovrai superare foreste, montagne e deserti.

Il viandante aveva superato foreste, montagne e deserti quando finalmente raggiunse un tempio, qualcosa gli disse che era quello il luogo che cercava. Vi entrò e ritrovò il monaco che diede inizio al suo viaggio:

Fratello tu mi dicesti che qui ritroverò il mio amore, ti prego spiegami come ciò sarà possibile.

Il monaco gli fece cenno di seguirlo e lo condusse in una stanza dove c’erano le più belle ragazze del mondo.

Vedi viandante qui ci sono le più belle ragazze del mondo, tra di loro sicuramente troverai una che riempirà nuovamente il tuo cuore.

Monaco tu mi hai ingannato, mi hai illuso di poter riportare in vita la mia sposa, l’unica che ho mai amato e amerò e che nessuna ragazza al mondo potrà mai sostituire.

Disperato fuggì dal tempio e si ritrovò in mezzo al deserto, si sentì mancare e l’ampolla gli cadde versando la lacrima della sua sposa che venne inghiottita dalla sabbia e come d’incanto da essa sbocciò un fiore bellissimo e profumatissimo i cui petali accarezzarono il viandante che ritrovò la felicità.

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30/06/2005
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Voci

Si svegliò di soprassalto, qualcuno l’aveva chiamato, accese la luce, si guardò attorno, l’unica persona nella stanza era lui, del resto viveva solo. Comunque non fu turbato dall’aver sentito scandire il suo nome in quanto un’accozzaglia di suoni rimbombava nella sua testa, non ne fu sorpreso visto la sbronza colossale della sera prima. Del resto, - pensò - quando si esce con degli amici che non si vedono da secoli e si ricordano i vecchi tempi, ci si lascia un po’ andare. Fu scioccato da questa sua considerazione, non poteva aver rivisto i suoi amici in quanto non aveva mai avuto amici, inoltre era astemio.

Spense la luce, reclinò la testa sul cuscino pensando che fosse stato tutto un sogno ma di nuovo sentì una voce che sussurrando lo chiamava:

Egon, Egon…

E questa volta non stava dormendo, si alzò di scatto accendendo contemporaneamente la luce, stavolta urlando domandò chi ci fosse con lui, però non sentì il suono della sua voce, dopo averci pensato su non se ne meravigliò, del resto erano passati molti anni da quando divenne completamente sordo. Ma la voce incessantemente continuava:

Egon, Egon…

Era sconvolto, angosciato, tremava dalla paura, aveva gli occhi sbarrati, gocce di sudore imperlavano la sua fronte mentre il cuore batteva sempre più forte, si chiedeva chi lo chiamasse e come poteva sentirlo, poi realizzò che poteva essere solamente Sorella Morte, la sua ora era giunta. D’un tratto si calmò, il battito tornò normale, le gocce di sudore non imperlavano più la sua fronte, con calma spense la luce, appoggiò la testa sul cuscino, era pronto al gelido abbraccio. Le ore passavano ma non succedeva niente, poi capì che anche la Morte poteva sbagliarsi, infatti lui non si chiamava Egon.

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12/06/2005
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